Manifesto Industriale

Sostenibilità, relazioni industriali avanzate, promozione delle imprese del settore, con grande attenzione a quelle private, salvaguardia dell’ambiente, ricerca e innovazione. Il prossimo decennio deve segnare nel settore delle costruzioni, e delle numerose declinazioni, dal lapideo all’acciaio, passando per il restauro, una assoluta rivitalizzazione, tornando a ricoprire un ruolo strategico per il Paese, supportando e valorizzando le strategie imprenditoriali, delle piccole e medie aziende italiane private. Un rilancio convinto, che deve passare attraverso scelte radicali, come una forte deregolamentazione, che ha letteralmente ingolfato la “macchina”, e sulla volontà degli enti locali e delle grandi stazioni appaltanti di qualificare la propria azione, valorizzando la qualità e il lavoro, piuttosto che una politica industriale per adeguare e rilanciare la rete infrastrutturale, con particolare attenzione al Sud e alla “riconnessione” del Paese. Occorre puntare, dunque, a una pragmatica valorizzazione dei progetti di qualità, nonché a una strategica collaborazione con i politecnici, per favorire un continuo e puntuale aggiornamento tecnologico e la nascita anche di spin off, capaci di intercettare le nuove opportunità di un mercato in continua evoluzione. E’ necessario, altresì, supportare i processi di riqualificazione dell’esistente, del patrimonio immobiliare obsoleto e insicuro, delle aree degradate e di manutenzione del territorio, per rendere il Paese ancora più bello (architettonicamente e urbanisticamente parlando) e più sicuro, investendo, dunque, molto di più nella manutenzione e nel restauro. Cosi facendo, si può puntare, tra le altre cose, a un modo diverso di concepire l’edilizia, valorizzando il ruolo strategico delle piccole e medie aziende, del territorio e dell’ambiente, piuttosto che i nuovi processi di approccio al lavoro come il Building Information Modeling (BIM). Una visione moderna, che superi agevolmente logiche antiche, che denotano – sempre di più – più la paura di perdere delle rendite di posizione che la reale volontà di cambiare lo status quo. Occorre snellire le procedure e garantire tempi più celeri: la fattibilità di un progetto è strettamente rapportata all’aspetto temporale dal quale dipende la sostenibilità economica complessiva. Bisogna assicurare un effetto realmente positivo sul mercato delle opere pubbliche e garantire la sostenibilità economica dell’intervento. Serve una vera politica industriale in favore del settore dell’edilizia e delle costruzioni, per adeguare e rilanciare la rete infrastrutturale, con particolare attenzione al Sud e alla “riconnessione” del Paese. Serve operare, altresì, sul cuneo contributivo fiscale – arrivato a un’imposizione mediamente di oltre il 40% – e su tutti gli oneri accessori che gravano sulla busta paga dei lavoratori, e che fanno sì che siamo il paese con i minori stipendi netti e con il maggior costo del lavoro in Europa. Stesso discorso anche per la spesa pubblica corrente, abnorme rispetto a quella per investimenti e priva di ritorni. Bisogna, poi, inevitabilmente e coraggiosamente, guardare all’innovazione. La digitalizzazione, tanto per iniziare, grazie alla possibilità di estrarre valore dai dati generati da una moltitudine di soggetti attratti negli ecosistemi digitali, permette ai soggetti più capaci di acquisire vantaggi competitivi esponenziali ridisegnando i processi decisionali e le catene di fornitura, ridimensionando altresì alcuni attori attualmente presenti in esse. Si deve, quindi, puntare a un mercato della costruzione, dell’immobiliare, e dei servizi a essi connessi, che richiede investimenti continui, a partire dal green, ponendo al centro delle proposte l’utente/cittadino, che soffre dei cambiamenti climatici o del malessere ambientale, che utilizza i mezzi di socialità digitali per relazionarsi più facilmente con altri individui e che ha la possibilità di ricevere servizi personalizzati, sempre più legati alla interazione con edifici, infrastrutture, reti interconnessi da recettori e da attuatori. Quello che occorre comprendere, dunque, è quali modelli di affari siano più appropriati per un mercato digitalizzato che troppo spesso viene dipinto semplicisticamente come collaborativo e partecipativo, in antitesi a quello analogico, conflittuale e antagonistico. Naturalmente, la via più semplice per tratteggiare il futuro potrebbe consistere nel concentrarsi sui nuovi materiali, sul ritorno della prefabbricazione, sull’avvento dell’automazione, e così via dicendo. Ciò che sarebbe necessario davvero, è una potente strategia industriale, che sia in grado di cogliere il potenziale trasformativo di un settore che è chiamato, nel prossimo decennio, a trasferire la focalizzazione del business dall’oggetto tangibile al soggetto immateriale. Il variegato settore delle costruzione, così come altri ambiti economici e produttivi, è attualmente soggetto a una fase evolutiva di grande intensità. In Paesi come il nostro tale cambiamento è percepito alla luce della grande crisi strutturale, ben più che recessiva, che ha connotato, più o meno, gli ultimi tre lustri, mentre altrove si proviene da importanti fasi espansive. In ogni caso, non vi ha dubbio che il combinato disposto di una serie di fenomeni stia determinando una trasformazione che, almeno in parte, si potrebbe definire, senza tema di smentita, radicale. Si riscontra, in tal senso, un certo interesse per ricondurre a sistema la componente professionale e quella imprenditoriale, il segmento della costruzione e quello della progettazione, delle specializzate e dell’immobiliare. Ricondurre a sistema soggetti eterogenei, o per meglio dire rendere sistemico il settore vuol dire anche rivedere le catene del valore e, di conseguenza, non solo fare sì che vi sia una maggiore interazione tra le categorie di operatori, ma pure metterne in discussione il posizionamento e, talvolta, l’esistenza. Tutto questo dev’essere agevolato dalle nuove tecnologie, da quelle per la riqualificazione energetico-ambientale alla raccolta dati in ambito BIM – Building Information Modeling, dall’urbanistica all’ICT, per continuare con dati cartografici, flussi di mobilità e mappe sociali, di monitoraggio strutturale e “edifici intelligenti” ed energeticamente sostenibili, gestione di big data in ambito smart city. In questo scenario, moderno e attuale, resta saldo il fattore “associativo”, fondamentale per ripensare le buone pratiche costruttive ed architettoniche, un ruolo centrale come soggetto relazionale intermedio tra la singola impresa e il mercato nazionale e internazionale.